Mamma mia che brutte facce su Telefilm Magazine di questo mese.
(fortuna che le 8 pagine dedicate a The Walking Dead rialzano un po' la media della rivista...)
venerdì 9 marzo 2012
giovedì 8 marzo 2012
Saluti da Raccoon City.
Vero che una cartolina è una cartolina e niente di più.
Ma vero anche che non è la prima volta che i salda-lettori (e i librai) ci dicono che gli farebbe piacere avere una cartolina di The Walking Dead.
E questo senza dimenticare quella strana razza che sono i collezionisti e che, pur lontani dai (ne)fasti del numero zero di Nathan Never con segnalibro, mi è giunta voce che siano riusciti ad assegnare un valore commerciale anche alla cartolina promozionale della nostra collana "Z" di un annetto fa.
E così, visto che la cartolina pareva gradita tra chi ci segue, abbiamo chiesto il permesso a Skybound di produrne una e ci siamo inventati un piccolo modo di utilizzarla per far sapere a chi segue TWD (magari acquistandolo on-line) che esiste in Italia una rete di negozi specializzati in fumetti (ne abbiamo selezionati 34 all'interno della rete di vendita di Alastor) dove, da venerdì (sì, domani) si potrà acquistare una copia di TWD vol. 11 un po' particolare perché... ha anche una cartolina.
I dettagli su come fare a partecipare all'iniziativa li trovate QUI (da dove potete partire anche per leggervi ben 22 pagine del nuovo volume di Kirkman e Adlard che... be', leggetevele e poi mi saprete dire). Se invece siete utenti Facebook, andate direttamente QUI.
Concludo dicendo che, per quel discorso di fare sistema di cui parlavo nel post precedente, questa piccola operazione promozionale è nata nell'ambito di una più ampia collaborazione con Capcom (il marchio della celebre zombie-saga videoludica Resident Evil) che, proprio sulle pagine del nostro volume, ha voluto presentare il suo prossimo titolo (RE: Operation Raccoon City, in uscita a fine mese) e che, promuovendo la nostra iniziativa all'interno dei propri canali di comunicazione, forse farà scoprire a qualche videogiocatore che ama gli zombie – e che magari TWD lo conosce solo per la serie tv – che esiste una serie a fumetti (e un'intera collana) dedicata al tema.
Ma vero anche che non è la prima volta che i salda-lettori (e i librai) ci dicono che gli farebbe piacere avere una cartolina di The Walking Dead.
E questo senza dimenticare quella strana razza che sono i collezionisti e che, pur lontani dai (ne)fasti del numero zero di Nathan Never con segnalibro, mi è giunta voce che siano riusciti ad assegnare un valore commerciale anche alla cartolina promozionale della nostra collana "Z" di un annetto fa.
E così, visto che la cartolina pareva gradita tra chi ci segue, abbiamo chiesto il permesso a Skybound di produrne una e ci siamo inventati un piccolo modo di utilizzarla per far sapere a chi segue TWD (magari acquistandolo on-line) che esiste in Italia una rete di negozi specializzati in fumetti (ne abbiamo selezionati 34 all'interno della rete di vendita di Alastor) dove, da venerdì (sì, domani) si potrà acquistare una copia di TWD vol. 11 un po' particolare perché... ha anche una cartolina.
I dettagli su come fare a partecipare all'iniziativa li trovate QUI (da dove potete partire anche per leggervi ben 22 pagine del nuovo volume di Kirkman e Adlard che... be', leggetevele e poi mi saprete dire). Se invece siete utenti Facebook, andate direttamente QUI.
Concludo dicendo che, per quel discorso di fare sistema di cui parlavo nel post precedente, questa piccola operazione promozionale è nata nell'ambito di una più ampia collaborazione con Capcom (il marchio della celebre zombie-saga videoludica Resident Evil) che, proprio sulle pagine del nostro volume, ha voluto presentare il suo prossimo titolo (RE: Operation Raccoon City, in uscita a fine mese) e che, promuovendo la nostra iniziativa all'interno dei propri canali di comunicazione, forse farà scoprire a qualche videogiocatore che ama gli zombie – e che magari TWD lo conosce solo per la serie tv – che esiste una serie a fumetti (e un'intera collana) dedicata al tema.
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mercoledì 15 febbraio 2012
Fare sistema.
Questa cosa di The Walking Dead, nel tempo, mi ha insegnato un sacco di cose.
Ad esempio è stato molto istruttivo il viaggio negli States dello scorso anno per partecipare alla ComiCon di San Diego, il modo più semplice e diretto per toccare con mano come si è trasformata l'industria del fumetto americano in questi anni in cui si sono accorti dell'esistenza del fumetto a Hollywood e a... c'è un equivalente videoludico di Hollywood?
Ovviamente, tornando a The Walking Dead, una grande lezione (o, meglio, tante piccole lezioni) l'ho avuta dalla messa in onda della serie televisiva tratta dal fumetto creato da Robert Kirkman.
The Walking Dead prodotto da AMC è una serie televisiva di grande successo tratta da un fumetto di altrettanto grande successo.
Questa semplice verità è sempre in primo piano in tutta la comunicazione che, negli USA, viene fatta attorno al marchio TWD, sia che si parli di televisione oppure di videogiochi, di romanzi, di giochi da tavolo e via dicendo: il fumetto è il centro di tutta l'operazione.
Da questo punto di vista di assoluto comic pride, la serie televisiva ha prima tirato a bordo tutto il pubblico dei lettori del fumetto (che non ha tradito con una produzione furbetta di qualità mediocre come fanno in molti quando ci sono in ballo i fumetti: e quando leggerete il nostro The Walking Dead Chronicles – già, quando? – capirete meglio di che cosa sto parlando) e poi tutti quelli che in una produzione televisiva cercano intrattenimento, trama, storia, tensione e possibilmente qualcosa che fino a quel momento non hanno ancora visto (tipo gli zombie).
Da lì il circolo virtuoso che, dalla tv, ha rimandato al fumetto, con sempre nuovi lettori – spesso nuovi lettori di fumetto tout court – che, grazie alla serie tv di AMC, scoprono la serie pubblicata mensilmente da Image Comics.
L'equazione è tanto semplice quanto efficace: crescono gli spettatori, crescono i lettori.
Insomma, da un punto di vista di assoluta e orgogliosa onestà (quello che vedrete in tv è tratto da un fumetto, dichiara costantemente la produzione) l'operazione di TWD si è rivelata un assoluto successo. Per capirlo basta il dato di domenica scorsa, quando negli States è andata in onda l'ottava puntata, ovvero quella della ripresa di stagione: 8 milioni di spettatori che, contando le repliche, sono arrivati a 10 milioni (la seconda stagione aveva debuttato a 7,2 milioni e si era fermata alla settima puntata a 6,6 milioni. In Italia, gli spettatori sono stati 330 mila, ovvero appena 30mila sotto il debutto del 2010 che era stato un vero e proprio record per Sky).
Non male vero?
La cosa interessante, però, è anche che, subito dopo la puntata di The Walking Dead, domenica AMC ha mandato in onda la prima puntata di Comic Book Men, una nuova serie prodotta da Kevin Smith che racconta della varia umanità che ruota attorno a un negozio di fumetti. La puntata, grazie anche alla volata tiratagli da The Walking Dead, ha totalizzato 2 milioni di spettatori.
Il punto è proprio che, pur con tanti problemi, di là dell'Oceano hanno capito non solo che il fumetto può diventare un tassello importante dell'industria dell'intrattenimento ma anche che, se si vuole che quel tassello funzioni (= generi introiti per gli investitori)
1. non deve essere celata la sua natura di fumetto (perché un fumetto che vende è comunque un prodotto editoriale che vende, ovvero qualcosa che porta soldi a librai, edicolanti, distributori, grafici, impaginatori, tipografi, produttori di carta e via dicendo;
2. si deve fare sistema attorno a quel prodotto, magari, come nel caso di The Walking Dead/Comic Book Men, facendo seguire ad una serie di successo tratta da un fumetto un'altra serie che abbia al suo interno qualcosa di riconducibile al fumetto e che mantenga su quel canale tv i lettori/spettatori interessati all'argomento "fumetto".
La differenza con la realtà italiana salta all'occhio.
Qui da noi, tranne in alcuni casi illuminati di cui spero di potervi parlare presto (stiamo lavorando per voi... e per noi), che un prodotto X sia derivato da un fumetto non è assolutamente un valore aggiunto.
In generale, in una campagna di comunicazione per un prodotto di questo tipo, questa informazione bene che vada viene messa in secondo piano. Più spesso viene omessa proprio.
E non è un caso che proprio qui da noi si sia assistito al maggior grado di abuso del termine graphic novel, salvo poi scoprire che quel termine disinfettante applicato al fumetto non è servito a vendere una copia in più di quelle pubblicazioni a fumetti che ce lo portavano appiccicato addosso, con ovvio malcontento di tutta la catena editoriale di cui sopra.
Eppure qui da noi, esattamente come negli USA (ma con numeri ovviamente più piccoli), i lettori del fumetto TWD aumentano man mano che la serie tv prosegue e, man mano che i lettori del fumetto crescono, crescono gli spettatori della serie tv (quelli ufficiali di Sky e quelli non ufficiali del popolo del download). Ma, nonostante ciò, far dialogare questi due mondi portandoli a fare sistema pare impossibile, con il risultato che la programmazione tv e la pubblicazione del fumetto vanno ognuno per la propria strada.
Il problema è che, come si diceva nel post precedente a questo, è proprio il concetto di "fare sistema" che in Italia non è mai esistito.
In Italia esistono – e sono fortissime – la cultura che ognuno possa fare tutto per conto proprio e la tendenza monopolistica a considerare chi è più piccolo come un'inutile complicazione.
Non esiste minimamente la consapevolezza del fatto che fare sistema sposta da un sistema additivo a uno moltiplicativo.
Non sempre è così (e non è stato sempre così nel nostro caso, ci tengo a sottolinearlo), ma spesso sì.
E dal discorso generale, ritorno al fumetto.
Il fumetto oggi, in maniera assolutamente naturale, dialoga con il cinema, la televisione, i videogame (ma anche con l'industria del merchandising, dei giocattoli e della gadgetistica) e raggiunge una fascia di pubblico/consumatori dall'età molto ampia.
Roba che i reparti marketing che studiano le possibili collocazioni e declinazioni di prodotto si sognano di notte, soprattutto in questo periodo di vacche più che magre direi tendenti all'anoressico.
Eppure, anche intorno al fumetto, zero sistema e – chiusura dolente – solo il macro esempio di Repubblica che dopo centinaia di volumi passati al colore di Tex non riesce ad azzardare niente di più di un'altra badilata di volumi di Zagor passati al colore.
Esiste qualcosa di peggio di due realtà che non dialogano per fare sistema? Certo: due realtà che dialogano per non farlo.
martedì 14 febbraio 2012
San Valentino.
Probabilmente la mia è solo la manifestazione più evidente di quella cultura del rimbalzo cognitivo che permea tutta la mia generazione, propria quella che il sor Baricco ha perfettamente descritto nel suo I barbari.
O forse, davvero, io riesco a ricordarmi solo le cazzate...
Fatto sta che, se mi si dice San Valentino, a me, che evidentemente sono un uomo dal cuore arido, automaticamente viene in mente la canzone di Massimo Priviero, ma soprattutto – "ma come fai a ricordarti 'ste cazzate?", appunto – mi ricordo come un faro dritto nella memoria di me diciassettenne la frase di lancio con cui, nel 1988, il geniale marketing di Warner decise di mettere un bel piombo alla carriera del giovane rocker: "Ho visto il futuro del rock italiano e il suo nome è Massimo Priviero".
La frase, che mi dicono campeggiasse allora sui manifesti che tappezzavano mezza Milano, era una riproposizione di quella usata 15 anni prima dal critico musicale Jon Landau in un suo celebre pezzo, quello che sancì la nascita dell'astro di un signor nessuno come Bruce Springsteen.
Roba che spezzerebbe le ginocchia a chiunque, dico io.
Nonché una roba che, aldilà delle qualità musicali del cantante (un mix tra Ligabue e Luca Carboni, viene da pensare riascoltando oggi il pezzo), lo pone di diritto nel mio olimpo personale del PARFAC!, etichetta che i miei 5 lettori e 1/2 conoscono già da tempo.
Già, Ligabue...
Nel 1988 la Warner lancia anche il Lucianino nazionale che, con il suo album d'esordio, automaticamente, va a collocarsi in quella nicchia rock'n'rolla dal sapore cantautorale (al tempo era una nicchia) dentro cui c'era anche l'imberbe Priviero.
Lucianino che, senza il piombo di qualcuno che lo presentasse come il nuovo Springsteen, ha tutta l'agilità per sbattere fuori da quella nicchia chiunque avesse ambizioni al trono di rocker italiano.
Luciano che, a dirla tutta, al tempo condivideva con Priviero non solo il genere musicale ma anche un taglio di capelli ugualmente improponibile.
Insomma, una storia questa di Priviero che, riflettendoci a posteriori, la dice lunga sulla capacità di fare sistema che ha la nostra industria dell'intrattenimento (argomento su cui tornerò in uno dei miei prossimi post).
Scopro oggi, scrivendo questo pezzo, che Massimo Priviero non è scomparso e che, in culo a quel marketing capace solo di ragionare in termini di "se non sei una star, non ci servi" (come se un catalogo, musicale, cinematografico o letterario che sia, avesse bisogno solo di star...) , ha continuato a scrivere, suonare e cantare, mettendo in piedi una carriera musicale di tutto rispetto e avendo poi come produttore di uno dei suoi album nientepopodimeno che l'amichetto con la bandana di Springsteen "Little" Steven Van Zandt.
E questo senza contare che, una volta all'anno, chi a San Valentino cerca su Youtube una canzone a tema da linkare, molto probabilmente trova la sua.
Ora, premesso che diffido a priori della qualità musicale di qualunque italiano che si definisca rocker, quella di Priviero mi sembra una parabola interessante (forse soprattutto perché, come già detto, le personalità PARFAC esercitano su di me un grande fascino).
Ecco, diciamo che una biografia di Luciano Ligabue farei una certa fatica a leggermela, mentre su questa qua di Priviero potrei farci un pensierino (dopo il trasloco, però).
Intanto però, visto che oggi è San Valentino, beccatevi il video (e, come dice Jacopo Masini, "fate rosicare i cinici: amatevi tantissimo").
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giovedì 2 febbraio 2012
Oggi, lutto.
Qui giace come virgola antiquata
l'autrice di qualche poesia. La terra l'ha degnata
dell'eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c'è niente
di queste poche rime, d'un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante.
(io ci volevo un sacco bene a Wislawa. Un pensiero per lei, senza tristezza. Promesso.)
l'autrice di qualche poesia. La terra l'ha degnata
dell'eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c'è niente
di queste poche rime, d'un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante.
(io ci volevo un sacco bene a Wislawa. Un pensiero per lei, senza tristezza. Promesso.)
sabato 28 gennaio 2012
All-Winners Squad: Band of Heroes.
Qualche mesetto fa mi suona il telefono e, com'è come non è, mi si dice: "Sì, vabbè, però te con la Panini c'hai il dente avvelenato. Manco che Lupoi t'avesse stirato il gatto col SUV. E poi, tra colleghi non ci sfancula via web che quando inizi anche tu a pubblicare i giornaletti, anche se ancora li leggi, poi non puoi più dire che quello è bruttarello, quell'altro fa ridere come un gavettone a dicembre e quell'altro ancora è Nirvana. Non lo puoi più fare, soprattutto se usi il megafono del tuo personale blog dove, da sempre, sei severo ma giusto. Non lo puoi più dire perché tra gentlemen publishers – come io ora con benedizione dall'alto calata ti battezzo – ci si chiama al telefono in vivavoce mentre si sfreccia verso il weekend, magari ci si da un appuntamento per il brunch e poi lì, tra un croissant e un sorso di caffè lungo, ci si scambiano i consigli, così tutto l'ambiente cresce e prospera come dici tu che vorresti che esistesse un vaccino per i lettori pecoroni."
E questa era una premessa.
Ma ora parliamo di Band of Heroes, di Paul Jenkins e di quel talentaccio di Carmine Di Giandomenico che, essendo amico mio, si becca il "talentaccio" (Jenkins pure è bravo ma, non conoscendolo, non mi azzardo).
Band of Heroes è una miniserie di 8 numeri (appuntatevela da qualche parte 'sta cosa perché, ai fini del lungo discorso che sto per propinarvi, è importante) ambientata durante la seconda Guerra Mondiale, una delle tante iniziative messe in piedi l'anno scorso da Marvel Comics per fare da contorno al debutto cinematografico di Capitan America.
La storia non parla del signore con la grossa "A" stampata sulla fronte (o, almeno, per fortuna, lo fa solo marginalmente) ma di una squadra segreta di supereroi mandati al fronte a combattere in trincea giappi e crucchi e che il Primo Vendicatore di cui sopra si limita più o meno a coordinare. Ognuno di questi eroi ha un suo superpotere e ognuno di quei superpoteri – qui l'invenzione narrativa di Jenkins – è stato al centro di un fumetto pubblicato durante le guerra dalla casa editrice Timely Comics (ovvero quella che sarebbe poi diventata la Marvel Comics), fumetti che la gente a casa leggeva e attraverso i quali l'esercito faceva azione di propaganda per gli arruolamenti.
Uso il tempo passato perché la storia inizia ai giorni nostri, quando uno di questi supereroi, Giovane Vendicatore, ormai anziano vendicatore, decide di svelare alla nipote la sua identità segreta del tempo di guerra. Le racconta anche la storia di uno di questi supereroi che la Storia (quella con la "S" maiuscola, appunto) ha dimenticato, Capitan Fiamma (sic!), spiegandole la verità dietro a quel primo numero della serie di Capitan Fiamma pubblicato ma mai arrivato nelle edicole che, però, lui è fortunosamente riuscito a salvare dal macero.
Da lì si va di flashback in flashback, a seguire la "Banda degli eroi (super)" attraverso i vari scenari dello scorso conflitto bellico mentre, nel presente, la nipote di Young Avenger (che nel frattempo è passato a miglior vita senza fare in tempo a svelare il mistero di cui sopra) indaga, facendo lo slalom tra il dio nordico Loki che gli appare in salotto, i servizi segreti e l'immancabile Shield di Nick Fury, tutti dietro quello che è conosciuto come il "Firefly project" e che pare il segreto meglio nascosto della Seconda Guerra Mondiale (ma che sono sicuro che nemmeno voi ci metterete molto a indovinare qual è).
Si diceva dell'invenzione narrativa di Jenkins.
Senza tanti giri di parole, Jenkins ci dice che le guerre si vincono tanto con le armi quanto con la propaganda, ovvero declinando a fumetti quella stessa idea che Clint Eastwood ha raccontato in Flags of our fathers.
Ve lo traduco: l'anno scorso è uscito negli USA un fumetto che diceva che i fumetti possono essere delle armi e che, durante la seconda Guerra Mondiale, quella che oggi è la Marvel Comics fabbricava armi, strumenti utili come i fucili e i cannoni a vincere la Guerra.
Che qui se uno si azzarda a scrivere "Fu vera gloria?" è un attimo che tutti lo additano come una brutta persona.
Ora, chi vi scrive, pur essendo stato per decenni lettore di fumetti di supereroi, oggi li trova una delle cose più noiose da leggere. In particolare quelli targati Marvel Comics che, per come la vedo io, hanno deciso di diventare moderni nel modo più gnocco possibile (sì, sto parlando di Civil War e di tutto quello che ne è seguito).
Ma, nonostante ciò, non mi perdo una storia che sia una di quelle che disegna Carmine per la Marvel. Perché Carmine, come già detto, è un talentaccio del narrare una storia attraverso le immagini. E lo resta anche sotto tutti quegli inutili strati di bagliori, sfocature, colori presi dalla tavolozza Carioca con cui il dio del Photoshop che gli americani adorano cerca di seppellirlo.
E in Band of Heroes Carmine è a livelli altissimi, roba che si vede lontano un miglio che, mentre sfornava una dietro l'altra le tavole del fumetto, tornava a quando aveva 8 anni e giocava coi soldatini, perché il piacere che ci comunicano le sue tavole è proprio quello (e, detto tra noi, gli elmetti degli yankee che disegna qui sono molto più belli di quelli dei crucchi che ha disegnato in Magneto Testament).
E, detto questo, ora mi tocca parlare anche di quello che proprio non mi è piaciuto di Band of Heroes.
Prima di tutto, le copertine: senza tanti giri di parole, hanno assegnato a Band of Heroes il copertinista più bolso e statico che girava in quei mesi per gli uffici della Marvel, uno dei tanti con quello stile noisamente realistico per cui un giorno Alex Ross dovrà rendere conto davanti a un tribunale (chiaro, perché chiedere a Carmine di disegnare anche le copertine quando hai sotto mano questo campioncino della mummificazione dell'azione?)
Poi, per aiutare il copertinista nella sua inefficacia, hanno deciso che questa miniserie non meritava un logo. Una bella scritta in Helvetica e via a pedalare. Vi lascio immaginare il risultato gestaltico sullo scaffale (oh, magari così piatta, nel marasma dello scaffale americano la copertina risaltava pure).
E quindi passiamo al colorista. Sai hai a disposizione il segno iperdettagliato di Carmine (che ti fa anche i toni di grigio), tu colorista devi lavorare di sottrazione. Devi fare un passettino indietro e creare dei piani che aiutino la lettura, non cercare di emergere a colpi di Photoshop (specie nelle scene di combattimento).
E soprattutto – ma qui forse le bacchettate sono da distribuire equamente tra colorista ed editor – se il disegnatore ti suggerisce che ci potrebbero essere tre piani grafici (il presente con una colorazione marvel style, un passato con colori desaturati alla Band of Brother – appunto – o alla Salvate il soldato Ryan e le pagine dei fumetti Timely raccontate a forza di retinoni sgranati), tu quel suggerimento lo devi ascoltare e seguire. Perché è la modulazione che crea il piacere di qualsiasi lettura, testone!
Ma quello che non mi è piaciuto proprio per niente è che Marvel Comics, arrivata al 5° numero (di 8, non di 108, sia ben chiaro), abbia detto "ragazzi, 'sto fumetto non vende quanto ci aspettavamo. E quindi licenziamo l'editor e decidiamo di sospenderlo").
Ma si potrà fare una roba del genere?
5 numeri già pubblicati, altri 2 già disegnati (già disegnati!) e la Marvel Comics non è nemmeno in grado di portare a conclusione la miniserie?
Sta messa bene la Casa delle idee...
E qui torniamo alla premessa (so che ve lo aspettavate, cari i miei 5 lettori e mezzo).
Facciamo finta di essere seduti al brunch e che, tra il tintinnio dei bicchieri e il brusio di cento piani editoriali pacatamente ragionati, stiamo chiacchierando amabilmente, cari colleghi editori modenesi.
Vi posso dare un consiglio? Ve lo do.
Prendete il telefono e chiamate gli uffici della Marvel Comics.
Vi fate passare Joe Quesada da Paperoga e, senza stare lì a ciurlare nel manico, gli dite: "Joe, se Band of Heroes voi non lo volete finire, lo finiamo noi italiani".
Poi, ottenuta la benedizione di Joe, fate un'altra telefonata intercontinentale e chiamate Carmine a Teramo. Gli dite: "Carmine, finisci di disegnare l'ultima storia: te la paghiamo noi. Poi prendiamo il tutto, le 5 storie già pubblicate e le 3 inedite, ti rimettiamo a posto la colorazione come doveva essere e ti ci facciamo un bel volumone che se lo pubblicassero i saldatori finirebbe diritto nella collana Maèstro. Una di quelle robe che poi lo voglio vedere Ciccarelli a dire che la Panini è la Morte Nera del fumetto italiano. Un bel volumazzo che celebri uno dei più bravi disegnatori che abbiamo oggi in Italia - sì, tu Carmine! – un disegnatore davanti al quale noi ora, con questo Band of Heroes ci cospargiamo il capino di cenere perché fino ad oggi non ci siamo nemmeno degnati di tenere disponibili per chi li voleva ordinare i 3 o 4 volumi della Marvel su cui hai lavorato".
Ecco, secondo me, questo è un bel progetto a cui una casa editrice con buone disponibilità economiche e che dice di amare il fumetto (e i suoi autori, soprattutto quelli italiani) si potrebbe dedicare senza particolari difficoltà (e notate che ho scritto "potrebbe" e non "dovrebbe").
Ma sono sicuro che voi, colleghi modenesi, ci avete già pensato e che la telefonata a Quesada è partita nell'esatto momento in cui la Marvel ha comunicato che stoppava la miniserie di Jenkins e Carmine al quinto numero.
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Piccola nota a margine per i miei cinque lettori e mezzo: se vi piace il lavoro di Carmine e vi va di fare due chiacchiere con lui sul suo lavoro, progetti passati e futuri, il prossimo 6 febbraio, fate un salto sulla sua pagina Facebook dalle 20 alle 22. Lo troverete lì pronto a rispondere alle vostre domande.
E questa era una premessa.
Ma ora parliamo di Band of Heroes, di Paul Jenkins e di quel talentaccio di Carmine Di Giandomenico che, essendo amico mio, si becca il "talentaccio" (Jenkins pure è bravo ma, non conoscendolo, non mi azzardo).
Band of Heroes è una miniserie di 8 numeri (appuntatevela da qualche parte 'sta cosa perché, ai fini del lungo discorso che sto per propinarvi, è importante) ambientata durante la seconda Guerra Mondiale, una delle tante iniziative messe in piedi l'anno scorso da Marvel Comics per fare da contorno al debutto cinematografico di Capitan America.
La storia non parla del signore con la grossa "A" stampata sulla fronte (o, almeno, per fortuna, lo fa solo marginalmente) ma di una squadra segreta di supereroi mandati al fronte a combattere in trincea giappi e crucchi e che il Primo Vendicatore di cui sopra si limita più o meno a coordinare. Ognuno di questi eroi ha un suo superpotere e ognuno di quei superpoteri – qui l'invenzione narrativa di Jenkins – è stato al centro di un fumetto pubblicato durante le guerra dalla casa editrice Timely Comics (ovvero quella che sarebbe poi diventata la Marvel Comics), fumetti che la gente a casa leggeva e attraverso i quali l'esercito faceva azione di propaganda per gli arruolamenti.
Uso il tempo passato perché la storia inizia ai giorni nostri, quando uno di questi supereroi, Giovane Vendicatore, ormai anziano vendicatore, decide di svelare alla nipote la sua identità segreta del tempo di guerra. Le racconta anche la storia di uno di questi supereroi che la Storia (quella con la "S" maiuscola, appunto) ha dimenticato, Capitan Fiamma (sic!), spiegandole la verità dietro a quel primo numero della serie di Capitan Fiamma pubblicato ma mai arrivato nelle edicole che, però, lui è fortunosamente riuscito a salvare dal macero.
Da lì si va di flashback in flashback, a seguire la "Banda degli eroi (super)" attraverso i vari scenari dello scorso conflitto bellico mentre, nel presente, la nipote di Young Avenger (che nel frattempo è passato a miglior vita senza fare in tempo a svelare il mistero di cui sopra) indaga, facendo lo slalom tra il dio nordico Loki che gli appare in salotto, i servizi segreti e l'immancabile Shield di Nick Fury, tutti dietro quello che è conosciuto come il "Firefly project" e che pare il segreto meglio nascosto della Seconda Guerra Mondiale (ma che sono sicuro che nemmeno voi ci metterete molto a indovinare qual è).
Si diceva dell'invenzione narrativa di Jenkins.
Senza tanti giri di parole, Jenkins ci dice che le guerre si vincono tanto con le armi quanto con la propaganda, ovvero declinando a fumetti quella stessa idea che Clint Eastwood ha raccontato in Flags of our fathers.
Ve lo traduco: l'anno scorso è uscito negli USA un fumetto che diceva che i fumetti possono essere delle armi e che, durante la seconda Guerra Mondiale, quella che oggi è la Marvel Comics fabbricava armi, strumenti utili come i fucili e i cannoni a vincere la Guerra.
Che qui se uno si azzarda a scrivere "Fu vera gloria?" è un attimo che tutti lo additano come una brutta persona.
Ora, chi vi scrive, pur essendo stato per decenni lettore di fumetti di supereroi, oggi li trova una delle cose più noiose da leggere. In particolare quelli targati Marvel Comics che, per come la vedo io, hanno deciso di diventare moderni nel modo più gnocco possibile (sì, sto parlando di Civil War e di tutto quello che ne è seguito).
Ma, nonostante ciò, non mi perdo una storia che sia una di quelle che disegna Carmine per la Marvel. Perché Carmine, come già detto, è un talentaccio del narrare una storia attraverso le immagini. E lo resta anche sotto tutti quegli inutili strati di bagliori, sfocature, colori presi dalla tavolozza Carioca con cui il dio del Photoshop che gli americani adorano cerca di seppellirlo.
E in Band of Heroes Carmine è a livelli altissimi, roba che si vede lontano un miglio che, mentre sfornava una dietro l'altra le tavole del fumetto, tornava a quando aveva 8 anni e giocava coi soldatini, perché il piacere che ci comunicano le sue tavole è proprio quello (e, detto tra noi, gli elmetti degli yankee che disegna qui sono molto più belli di quelli dei crucchi che ha disegnato in Magneto Testament).
E, detto questo, ora mi tocca parlare anche di quello che proprio non mi è piaciuto di Band of Heroes.
Prima di tutto, le copertine: senza tanti giri di parole, hanno assegnato a Band of Heroes il copertinista più bolso e statico che girava in quei mesi per gli uffici della Marvel, uno dei tanti con quello stile noisamente realistico per cui un giorno Alex Ross dovrà rendere conto davanti a un tribunale (chiaro, perché chiedere a Carmine di disegnare anche le copertine quando hai sotto mano questo campioncino della mummificazione dell'azione?)
Poi, per aiutare il copertinista nella sua inefficacia, hanno deciso che questa miniserie non meritava un logo. Una bella scritta in Helvetica e via a pedalare. Vi lascio immaginare il risultato gestaltico sullo scaffale (oh, magari così piatta, nel marasma dello scaffale americano la copertina risaltava pure).
E quindi passiamo al colorista. Sai hai a disposizione il segno iperdettagliato di Carmine (che ti fa anche i toni di grigio), tu colorista devi lavorare di sottrazione. Devi fare un passettino indietro e creare dei piani che aiutino la lettura, non cercare di emergere a colpi di Photoshop (specie nelle scene di combattimento).
E soprattutto – ma qui forse le bacchettate sono da distribuire equamente tra colorista ed editor – se il disegnatore ti suggerisce che ci potrebbero essere tre piani grafici (il presente con una colorazione marvel style, un passato con colori desaturati alla Band of Brother – appunto – o alla Salvate il soldato Ryan e le pagine dei fumetti Timely raccontate a forza di retinoni sgranati), tu quel suggerimento lo devi ascoltare e seguire. Perché è la modulazione che crea il piacere di qualsiasi lettura, testone!
Ma quello che non mi è piaciuto proprio per niente è che Marvel Comics, arrivata al 5° numero (di 8, non di 108, sia ben chiaro), abbia detto "ragazzi, 'sto fumetto non vende quanto ci aspettavamo. E quindi licenziamo l'editor e decidiamo di sospenderlo").
Ma si potrà fare una roba del genere?
5 numeri già pubblicati, altri 2 già disegnati (già disegnati!) e la Marvel Comics non è nemmeno in grado di portare a conclusione la miniserie?
Sta messa bene la Casa delle idee...
E qui torniamo alla premessa (so che ve lo aspettavate, cari i miei 5 lettori e mezzo).
Facciamo finta di essere seduti al brunch e che, tra il tintinnio dei bicchieri e il brusio di cento piani editoriali pacatamente ragionati, stiamo chiacchierando amabilmente, cari colleghi editori modenesi.
Vi posso dare un consiglio? Ve lo do.
Prendete il telefono e chiamate gli uffici della Marvel Comics.
Vi fate passare Joe Quesada da Paperoga e, senza stare lì a ciurlare nel manico, gli dite: "Joe, se Band of Heroes voi non lo volete finire, lo finiamo noi italiani".
Poi, ottenuta la benedizione di Joe, fate un'altra telefonata intercontinentale e chiamate Carmine a Teramo. Gli dite: "Carmine, finisci di disegnare l'ultima storia: te la paghiamo noi. Poi prendiamo il tutto, le 5 storie già pubblicate e le 3 inedite, ti rimettiamo a posto la colorazione come doveva essere e ti ci facciamo un bel volumone che se lo pubblicassero i saldatori finirebbe diritto nella collana Maèstro. Una di quelle robe che poi lo voglio vedere Ciccarelli a dire che la Panini è la Morte Nera del fumetto italiano. Un bel volumazzo che celebri uno dei più bravi disegnatori che abbiamo oggi in Italia - sì, tu Carmine! – un disegnatore davanti al quale noi ora, con questo Band of Heroes ci cospargiamo il capino di cenere perché fino ad oggi non ci siamo nemmeno degnati di tenere disponibili per chi li voleva ordinare i 3 o 4 volumi della Marvel su cui hai lavorato".
Ecco, secondo me, questo è un bel progetto a cui una casa editrice con buone disponibilità economiche e che dice di amare il fumetto (e i suoi autori, soprattutto quelli italiani) si potrebbe dedicare senza particolari difficoltà (e notate che ho scritto "potrebbe" e non "dovrebbe").
Ma sono sicuro che voi, colleghi modenesi, ci avete già pensato e che la telefonata a Quesada è partita nell'esatto momento in cui la Marvel ha comunicato che stoppava la miniserie di Jenkins e Carmine al quinto numero.
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Piccola nota a margine per i miei cinque lettori e mezzo: se vi piace il lavoro di Carmine e vi va di fare due chiacchiere con lui sul suo lavoro, progetti passati e futuri, il prossimo 6 febbraio, fate un salto sulla sua pagina Facebook dalle 20 alle 22. Lo troverete lì pronto a rispondere alle vostre domande.
mercoledì 18 gennaio 2012
Nirvana (reprise).
Nirvana.... Nirvana...
Dunque sì, anni fa c'è stata una serie che si intitolava Nirvana.
Mi pare che, quando uscì, il primo numero lasciò più o meno tutti perplessi. Da cosa si capì che lascio più o meno tutti perplessi? Ah, beh, soprattutto dal fatto che l'italico fumettomondo – che di solito si scambiava delle gran pacche sulle spalle per qualsiasi boiata – sull'uscita di Nirvana a grandi linee fece finta di niente.
Poi però uscì il secondo numero e la perplessità si tramutò in profondo imbarazzo. Ma imbarazzo serio, eh. Tipo quello che c'ha disegnato in faccia Fini quando Berlusconi dice al parlamentare tedesco "la raccomanderò per il ruolo di kapò".
Giuro, finivi di leggere l'albo e ti sentivi in colpa verso i bambini che in Africa non hanno da mangiare mentre tu butti via così quasi 3 euro.
Il terzo numero fu il punto più basso, roba che ancora in Panini hanno appeso al muro il grafico delle vendite con sopra scritto "quando succede questo, decapitare subito uno del marketing a caso".
Credo che fu lì che chiesero scusa a Fornaroli per Titeuf.
Con il quarto numero gli autori provarono in extremis a giocarsi la carta di una comparsata di Don Zauker ma la cosa non servì a cambiare di molto le cose.
I soliti italiani che, dopo una vita di bestemmie, in punto di morte vogliono accanto il prete...
Si dice che esista un quinto numero di Nirvana, disegnato, pagato e mai pubblicato. Si dice anche che la Bao si fosse offerta di acquistarlo per 1 milione di euro ma come leggenda fumettistica se la gioca con le tavole disegnate da Al Columbia per il Big Numbers di Alan Moore.
Pare anche che Lupoi conservi Ramiro nella grafite come Han Solo ne Il ritorno dello Jedi.
In un trittico, con Rigel e David Murphy.
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