sabato 19 dicembre 2009

Il cinema italiano si lancia.

Volevo commentare in qualche modo la notizia appena letta, ovvero che la Commissione Cinema del nostro beneamato Ministero dei Beni Culturali ha riconosciuto, con delibera dello scorso 4 dicembre, "Natale a Beverly Hills" film di "interesse culturale" (che, da quel che leggo in giro, significa sgravi fiscali, il riconoscimento come film d'essai e la possibilità per il distributore di accedere ad un fondo in denaro in relazione agli incassi).

Ora è vero che questa decisione della commissione è ancora da confermare (si attende la visione della copia campione del film, non si sa se con mastellone di popcorn unti o senza) però, riflettendoci bene, un'idea così sgarrupata come quella di riconoscere i cinepanettoni come oggetti di interesse culturale (idea che ha salde basi nel demenziale "reference system" introdotto nel 2004 dall'allora ministro Giuliano Urbani: più incassi e più attori famosi hai nel film, più punti becchi), ci sta tutto in un'Italia la cui industria culturale è ormai perfettamente in linea con le caratteristiche generali del Paese (che, scopro sempre oggi, è il 10° paese al mondo come emissioni di CO2: inquiniamo per fare cosa, visto che un apparato industriale non ce l'abbiamo più?).

Insomma, è sempre il nostro cinema: vorrebbe essere proiettato in un futuro in cui la qualità significa anche incassi (ma un Sundance Festival prima di immaginare come sfruttarlo bisognerebbe pensare a inventarlo), ha un passato glorioso ma non sa che cazzo farci (esempio su tutti: Cinecittà) ma non ha i mezzi nemmeno per superare la frontiera di Ventimiglia.
E allora, per non pensare allo sfacelo causato dal progressivo smantellamento del proprio artigianato artistico che il mondo per anni ci ha invidiato, si inventa queste minchiate da fine corsa che risulta pure difficile commentare.

E poi, in fondo, tra i film che quest'anno hanno ricevuto questo riconoscimento, ci sono l'inutile commedia di esordio di Ficarra & Picone e le buoniste streghette Winx scritte da Bilotta (invece di scrivere l'ultimo capitolo de La Dottrina).
Per cui, perché prendersela sempre con Boldi & De Sica?

venerdì 18 dicembre 2009

Früher war alles besser!

Io l'avevo nasato che Inneres Auge di Battiato era una boiata.
L'avevo nasato perché Fleurs 2 era una boiata, perché Il Vuoto era una boiata, perché Dieci stratagemmi (per incularmi soldi) era una boiata, perché Fleurs 3 era una boiata e perché Ferro battuto era una boiata.
E, andando indietro, siamo arrivati al 2001 (che poi io ci metterei dentro anche il 2000, La cura, mezza boiata, ma alle femmine La cura piace tantotantotanto perché le femmine aspettano sempre che arrivi qualcuno che le curi. Forse perché da piccole giocavano al dottore).

Insomma, quasi dieci anni di coglionate per Battiato, almeno limitandoci a guardare la sua produzione pop (sul suo cinema, il dibattito è ancora aperto), roba fatta in fretta e con poca voglia perché del pop (qualunque cosa comprenda oggi questa parola fuori tempo massimo) e del pubblico che può seguirlo a Battiato è da tempo che non gliene frega più niente. Gli frega dell'opera lirica, della filosofia sufi, di mangiarsi la granita con Sgalambro. E dei soldi.
Ma della musica pop si capisce che Battiato ne ha pieni i coglioni. Altrimenti non si spiegherebbe come è finito a scrivere un pezzo per Tiziano Ferro .

Ora, come dice una mia amica, Battiato è il musicista più stupendamente sopravvalutato d’Italia, uno di quelli che, siccome hanno talento e hanno fatto cose oggettivamente belle, possono anche fare le più emerite cazzate e la gente grida al miracolo (“Il Maestro”).
Cioè, per continuare a citare parole altrui, stiamo parlando di uno che è capace di farsi un codino alla Tinkerbell e di cantare dello sperma degli aborigeni australiani.
E con tutta la serietà di questo mondo.

Però Inneres Auge no.
Il tutto sarà anche più della somma delle parti, come recita il sottotitolo di questa opera inutile che ha il solo pregio di durare poco (ma di costare comunque i suoi 20 e passa euro), però qualcuno me lo deve spiegare che senso ha – oltre a fottermi 20 e passa euro – fare un album per metterci dentro 6 canzoni vecchie scelte a caso nel repertorio degli ultimi 20 anni (e nemmeno poi così riarrangiate) e 4 inediti di cui due, più o meno, si posso riassumere in canzoni con testi del tipo "si stava meglio quando si stava peggio. Anche perché rubano tutti. Però va pure detto che piove sempre sul bagnato senza dimenticare che il problema di fondo è che non ci sono più le mezze stagioni".
Certo, lo puoi dire in tedesco, in siciliano, ma il senso resta quello.
E la canzone sul Tibet? "Giù le mani dal Tibet!" Una roba che canterebbe con un certo imbarazzo pure Bonnie Tyler.

Insomma, mi sono preso un'inculata ma non posso lamentarmi. Non ne ho nessun diritto. Il mio occhio interiore me lo aveva confidato in sogno. Mi aveva parlato e mi aveva detto "Ein Unglück kommt selten allein. E gioca l'82 e il 5 sulla ruota di Bologna. Che non c'è. E allora Bari. Su Bari. 82 e 5".
Era chiaro, no?

giovedì 17 dicembre 2009

Festa "Zombie & Pinup": le foto.

Di mie foto della serata, come già detto, non ce ne sono. Ma mendicare ha dato i suoi frutti e così, ecco qua qualche scatto del party.
Zironi colto dalla morte (e dal successivo ritorno) in accappatoio e scopettone del cesso in mano, ha certamente vinto su tutti. Ma senza ombra di dubbio il più Romeriano della serata è stato Tacchio: abiti laceri, scarpe spaiate e… cicatrici fotocopiate (Tom Savini gli fa una sega al nostro principe del toner).

ps: ora il calendario MZP 2010 è acquistabile con un click, direttamente dal banner qui a lato (e non credete a IBS e alle sue tre settimane di consegna. Voi chiedete a loro, loro chiedono ai saldatori e i saldatori mandano).


martedì 15 dicembre 2009

Gli abiti di Isabò.


Isabella la conosco dai tempi dell'ISIA a Urbino. Io la chiamavo sempre Isabeau (pronunciato Isabò) oppure, riprendendo il suo bellissimo accento di Maglie, Isabbèlla (con due "b" e la "e" stretta).
Oltre questo, Isabella è la sorella di Sandro che per me è un po' il mio fratellone (e infatti io lo chiamo Sandrone). Quindi, per la teoria transitiva delle parentele acquisite, Isabella dovrebbe essere la mia sorellona…

Comunque sia, Isabella a Urbino studiava moda. Da lì è partita per una carriera da stilista che l'ha portata in giro per il mondo a realizzare le sue collezioni. In realtà credo che la sua carriera sia partita da prima, da quando, bambina, curiosava per il laboratorio del padre, uno dei sarti più stimati del Salento.

Sandrone mi fa sapere oggi che, dopo Roma, Isabella sarà a Bologna per (IS)TAILORING, un evento di una giornata in cui verranno esposte (e messe in vendita) le sue creazioni, ossia recupero di abiti vintage con applicati suoi interventi di tipo sartoriale.

L'evento si svolge a Bologna sabato 19 dicembre (inaugurazione con aperitivo alle ore 18,00) ospitato dall'atelier Pesci Pneumatici.

Grandissima Isabò!

domenica 13 dicembre 2009

Festa "Zombie & Pinup".


Se io avessi un rapporto migliore con le macchine fotografiche digitali, se io non le odiassi e loro non odiassero me (che non si spiega altrimenti il fatto che il flash con me funziona solo quando decide lui), se fossi tipo Cristiana che –non ci credevo mentre lo vedevo accadere sotto i miei occhi– è capace di parlare con una persona scattandogli senza fare una piega 12 fotografie col flash (senza inquadrare, sperando nella fortuna e confidando nell'istinto), se le cose stessero così, oggi potreste ammirare delle immagini della bella festa "Zombie & Pinup" che si è svolta qui in studio ieri sera.

Ma le cose non stanno così e io non credo che riuscirò mai a far venire a patti quei dannati aggegi elettronici col mio intrinseco e sostanziale sentirmi a disagio sempre e comunque.

Per cui, nei prossimi giorni, mi toccherà mendicare in giro 'ste benedette foto…

ps: comunque quando l'uomo con i capelli disegnati incontra l'uomo con il duomo di ferro in mano, l'uomo coi capelli disegnati entra subito nel mood dei suoi tempi e si conferma la maggior icona zombie nostrana.

giovedì 10 dicembre 2009

Mamma lupa rulla a manetta.


La mia infatuazione del mese sono i Wolfmother, praticamente a ciclo continuo qui in studio e, soprattutto, in auto.
Sì, perché i Wolfmother vanno ascoltati in auto, direi con i bassi belli carichi e sotto il culo una strada da percorrere veloce (e quindi, possibilmente senza tutor e autovelox a inficiare l'esperienza estetica con minacce di decurtamento punti sulla patente).

È un'infatuazione per quel rock ignorante che piace tanto tanto (come direbbe Elio), dove al batterista non è permesso di essere pigro, il chitarrista è obbligato ad essere generoso, al bassista non tira il culo tenere sulle sue spallucce tutto il lavoro di struttura dei pezzi e il tastierista, quando gli gira, gigioneggia.
E via che si va, tutti insieme a suonare di brutto.

In Cosmic Egg, il secondo album dei Wolfmother da poco uscito, non sentirete nemmeno una nota o un singolo riff che non abbiate già sentito se ascoltate (o avete ascoltato) i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Doors, gli AC/DC, i The Who, gli Yes e qualcos'altro che ruota intorno al rock più o meno heavy e più o meno metal che, non essendo io esegeta del genere, faccio fatica a distinguere.
Certo, i Wolfmother hanno ascoltato e riascoltato tutta quella roba lì (ma nessuno li obbligava: Stockdale, il capo, è un trentenne australiano e mi sa che i suoi coetanei il rock funambolico lo schifano proprio. E sai quanto lo avranno sfanculato per i boccoli seventies), ma poi l'hanno fatta diventare roba loro, la loro musica che ora suonano con gusto.
E quel gusto è contagioso pure per uno come me che –preparatevi– dopo 3 brani dei Led Zeppelin ne ha le palle piene.

Che volete che vi dica? Non amerò gli ingredienti troppo puri e vado pazzo invece per il polpettone. Sarà quello che volete (ma poi volete qualcosa?) ma a me Cosmic Egg è piaciuto un sacco (c'è un giochino con la batteria nel primo brano che, sarà gnocco quanto volete –ancora?– ma per me è ogni volta da sbrodolo).
Vi dirò di più. Mi è piaciuto talmente tanto che mi sono preso anche il primo album dei Wolfmother, quello omonimo del 2006, che è pure più ignorante (e a dimostrarlo ha una copertina con donna serpente a sise di fuori firmata da Frazetta) ma è anche più bello: 13 canzoni, una migliore dell'altra, nessuna nemmeno un pelino fuori posto.
Altrochè quella scoreggia asfittica e pure un po' farabutta dell'ultimo album di Battiato…

martedì 8 dicembre 2009

Parlare dei cazzi propri: reprise.

Ma a un povero bracciante lucano, a un pastore abruzzese o a una modesta casalinga di Treviso, cosa fregherà di leggere questa lunghissima intervista in cui, punzecchiato dall'amico Giorgio Messina del sito Fumetto d'Autore, mi rendo conto ora di aver dato delle risposte tra il mesto, lo sconfortante e il tristanzuolo?

Se invece a voi, per caso, interessasse leggerla, basterà cliccare QUI.
Fosse solo per scoprire per che cosa sta la G.

(…e grazie Giorgio!)

ps: ma è vero che i Kappa Boys sono già fuori dalla Giochi Preziosi? Ma dai…

Parlare dei cazzi propri.


Non credo che basti essere circoncisi per capire il senso complessivo dei riferimenti alla cultura ebraica su cui è costruita l'ossatura del nuovo film dei fratelli Coen.
Io, ad esempio, non credo di averlo capito.

sabato 5 dicembre 2009

Onda viola.

E, in questa nostra bella Repubblica democratica allo sbando, è arrivato anche il B-Day. Che è nato da Facebook che, per quello che mi riguarda, sarebbe già a posto così ma facciamo finta di niente e riflettiamo un attimo.

Una manifestazione contro Berlusconi ci sta. Che si chieda che si faccia processare in base alle accuse che gli sono state mosse, pure. Ma se poi agiti manette e sbarre, allora non ti interessa un processo ma una condanna. Cioè sei già convinto che il processato sia colpevole.
Allora cosa lo chiedi a fare il processo?

Una manifestazione contro Berlusconi ci sta. Qualche perplessità però la dà la richiesta che si debba dimettere. Cioè, si deve dimettere perché è Berlusconi (e, come per Facebook, basterebbe così) o per qualcosa di specifico per cui le dimissioni sarebbero un obbligo?
Perché ci si dimentica sempre che, qualche anno fa, ci sono state delle elezioni e quelle elezioni le ha vinte il centrodestra? Può non piacere, ma tocca farsene una ragione: le hanno vinte loro (e può piacere pure meno che quello che doveva essere il mio rappresentante, Walter Veltroni, in tutto questo patatrac se la sia bellamente data a gambe lasciando agli altri –e a noi elettori con loro– il compito di gestirci questa bella situazione).
Ovvio, questo legittima una maggioranza a governare e non a fare quel che cazzo vuole con le leggi per non far processare (processare, non condannare) il premier, però quella è la maggioranza che i nostri connazionali –in caduta a picco negli abissi dell'ignoranza, sono d'accordo– hanno votato e scelto.
Non puoi mandare via a calci in culo il loro rappresentante senza mandare via a calci in culo pure tutti loro. E, se fai così, allora il problema è ben più grande di Berlusconi e dei suoi processi.
È un problema che si chiama colpo di stato.

Una manifestazione contro Berlusconi ci sta. Ma poi qualcuno dice "non siamo contro la politica". E dove sarebbe la politica in tutto questo? Io vedo gente arrabbiata, stufa (e ci sta ma, se le elezioni contano ancora qualcosa, va considerato che per quanto la piazza sia piena quella è la minoranza), legittima manifestazione del proprio dissenso ma ancora ben lontana da diventare politica. La politica è scegliere attivamente di farsi rappresentare da qualcuno. Esattamente chi sono i rappresentati scelti da questo fiume in piena colorato di viola?

Aldilà del B-Day in sè, queste manifestazioni (e altre) chiedono a gran voce un'opposizione e non un governo.
Ed è vero. Più che Berlusconi (o forse in ugual misura) è quello il problema di fondo che oggi viviamo e che genera tutta questa tensione: l'assenza clamorosa dell'opposizione. Chi vince governa e chi perde fa l'opposizione: il PD sa di non aver vinto le elezioni ma ancora pensa di… non averle perse. E per questo non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello di costituirsi opposizione. Piuttosto, governo ombra. Ombra sì, ma di sè stesso.
Ma c'è qualcosa di sballato nel fatto che poi si chiede che l'opposizione si costituisca anche Governo, che mandi a casa l'odiato Berlusconi e che prenda le redini di una situazione che, dai, cazzo, davvero, non si può più sostenere.

E lo sapete come si chiama una situazione in cui lo stesso soggetto ricopre il ruolo di governante e quello di oppositore?
Sì, proprio quello.

venerdì 4 dicembre 2009

Suppietij.

"I piedi sono il cervello dei poveri. Nei poveri gli impulsi non partono dalla testa ma dai piedi."



Tanto per rendervi partecipi del fatto che continuo a zoppicare in stile Keyser Söze per qualcosa che non va in zona podale (e tanti per ribadire il concetto che Antonio Rezza è un genio).

martedì 1 dicembre 2009

Baglioni una volta era un concreto.


(Chiedo preventivamente scusa alla scena musicale indie per l'ammissione di colpa che leggerete fra breve)

Così, pensieri inutili che mi girano per la testa in questi giorni. Perché tenerseli per sé quando uno ha un blog?

Vabbè, lo dico? Lo dico: è tutta colpa di Carmine. Cioè, in parte è colpa di Carmine però quella parte è la parte più grossa.

Ok, lo confesso come è giusto che si faccia in queste occasioni: anni fa ascoltavo Baglioni.
Cioè, ho ascoltato "La vita è adesso", ho approfondito "Alè-oo" perché stavo dietro a una che è meglio lasciare stare (e che, per la cronaca, non me l'ha fatta vedere nemmeno da lontano), poi sono andato a un concerto dove sul palco c'era solo lui col pianoforte ("Assolo", appunto) e poi il mio amico Daniele, da vero amico, mi ha regalato per un compleanno "Oltre" (ok, l'avevo chiesto io, ma lui, quando mi ha dato il disco, sopra ci ha attaccato un'etichetta degna del suo genio: "Attenzione, l'Associazione Critici Musicali avverte gli acquirenti che il presente disco è considerato PRESUNTUOSO". Genio puro.)

Però poi avevo smesso. Io per la mia strada e Baglioni a strafarsi di botox.

Ma dopo qualche anno arriva Carmine con "Oudeis".
Bene, se vuoi capire di che cazzo parla "Oudeis" devi conoscere l'Odissea e comunicare con Carmine. Ma, se vuoi comunicare con Carmine (e capire un po' meglio "Oudeis"), devi conoscere Baglioni.

È inutile protestare. Se io non avessi conosciuto Baglioni, col cavolo che usciva fuori la copertina del primo libro di "Oudeis" (che, per i non baglioniani in ascolto, è una palese citazione della copertina di "Oltre").
Ma perché Baglioni? Perché buona parte delle suggestioni che qua e là fanno capolino nelle vicende del tecno Odisseo dalla memoria in pappa raccontato a fumetti da Carmine, accennano a quel capolavoro di macchinosità e cervelloticità (oppure monumento all'insicurezza) che è la "trilogia dei colori".

E quindi, negli anni in cui ho lavorato con Carmine su "Oudeis", mi sono ascoltato e riascoltato quei tre album ("Oltre", "Io sono qui" e "Viaggiatore sulla coda del tempo") e, c'è poco da fare, a me le cose imperfette attraggono da morire.

Sì perché tra il 1990 e il 1999 Baglioni spara alto e tira fuori una roba che fa dell'imperfetto la sua cifra stilistica: si destreggia tra fantascienza, flusso di coscienza spinto, strutture musicali sempre più contorte e arzigogolate (da eterno insicuro, l'ho già detto), canzoni dalla struttura continuamente germinante in cui più volte viene rimessa in discussione la struttura rassicurante del ritornello (che prima scompare, ma poi riappare completamente reinventata).
Il tutto dentro dei concept album (quanto meno retrò come scelta) abitati da personaggi che si guardano attraverso il tempo e dialogano allegramente di qualcosa che ha sempre a che fare con donne che se ne vanno dolorosamente e infanzia che sta sempre lì a voler aggiungere qualcos'altro.

Ora, quei tre album lì, si è capito fin da subito che dentro il panorama della musica leggera ci stavano malissimo. E non perché non avessero una vocazione popolare (i temi presenti e il modo in cui vengono trattati non vanno oltre il popolare), quanto perché la loro struttura musicale, pur rifacendosi a quella popolare, si orienta in modo differente: guarda più l'architettura dell'opera lirica che non il brano pop da 3 minuti.
Ci sono dentro dei brani scritti in quel modo solo per dimostrare (e di nuovo l'insicurezza) che Baglioni riesce a tenere una nota per un sacco di tempo e con un'estensione vocale assolutamente invidiabile. Cioè virtuosismi che la voce di Baglioni si può permettere.
Fateci caso: in tutti quei programmi tipo X-Factor è rarissimo che qualcuno si cimenti con le canzoni del Baglioni anni '90 proprio perché presuppongono una struttura della voce molto particolare (e, in parallelo, sono brani complicati da suonare perché scritti in maniera poco lineare).
Se un giorno Baglioni prendesse la "trilogia dei colori" e, dopo aver acconsentito a lavorare con qualcuno che gli aiutasse a limare gli eccessi di ego (ecco, diciamo che Tognetti non mi sembra proprio la persona giusta per fare questo: Tognetti sta a Baglioni come Rick McCallum sta a George Lucas. Qualche colpa dovrà pure avercela pure lui, no?), ne facesse un'opera lirica, a parte che sarebbe un'opera lirica su lui stesso (quindi interessante… così così), probabilmente tutti quegli schemi e controschemi che ci ha voluto ficcare dentro assumerebbero la loro più giusta connotazione.

Detto questo, però, c'è da dire che proprio in quegli album lì si fa sempre meno sopportabile la tendenza di Baglioni a prendere una parola e giocarsela per tutta la canzone all'ultima assonanza: "sono solo sotto il sol e so solo un solo in Sol" e "e nello sconcerto cominciai il concerto e incerto" sono solo due tra gli infiniti esempi che potrei citare di questo modo tutto baglioniano di prendere la lingua italiana e farsene masturbazione (con la scusa del linguaggio evocativo). E il tutto accompagnato dalla continua domanda: "Claudio, ma di che cazzo stai parlando esattamente?"

Eppure, se uno va indietro con la memoria, ti ritrova un Baglioni che, da giovane, era tutto meno che evocativo. Cioè, Baglioni da giovane, nelle sue canzoni, era proprio concreto: c'è questa storia di una che ha messo le corna al marito e adesso non sa come risolvere la cosa (Signora Lia). O la storia di quest'altro che torna dal militare e, mentre gira per il mercato, vede la morosa che mette la lingua in bocca a uno che non è lui (Porta Portese). O la storia di questa figlia di contadini che scopre che là sotto qualcosa comincia a muoversi e il padre pensa che sia un po' zoccola (ragazza di campagna). Oppure la storia di una turista inglese che arriva ad un soffio dal farsi stuprare da un italiano che le ha dato un passaggio (W l'Inghilterra).
Storie con un inizio e una fine.

Ecco, tra le tante cose, mi domando come da quella concretezza là si sia arrivati a "al crocevia di una via crucis, via la croce e così sia".
Boh? Non lo so. Credo che la risposta sia nascosta tra le pieghe della famigerata maglietta fina o in quello che trasudava nel '51 dal muro del subaffitto di Montesacro.
Fatto sta che io non la conosco ma, comunque sia, è colpa di Carmine.

sabato 21 novembre 2009

Altro? Altro.


Per tanti motivi (e anche qualcuno di più) in questi ultimi mesi sono nel bel mezzo di una riflessione che più o meno suona come "Che diavolo ci faccio qui?"
E il qui è Reggio Emilia.

Io a Reggio Emilia mi ci sono trasferito più o meno una decina di anni fa (forse 11, forse 12. La memoria non mi assiste) quando con Marco e Andrea (e, al tempo anche Giancarlo) mettemmo su l'idea di Gruppo Saldatori (che poi, senza Giancarlo, divenne una Snc con tutti i crismi nel 1999).

Il punto è che io e Reggio Emilia non ci siamo mai fatti guerra ma nemmeno mai amati. Ci frequentiamo, a volte ci sopportiamo, e io continuo a rimproverarle che non ha il mare (cazzo quanto mi manca quel quarto lato davanti al quale sono nato) e lei a farmi notare che io all'idea di sinistra ci sono arrivato mooolto in ritardo (e qui io rilancio: "io ci sarò arrivato in ritardo, ma tu cara ne smarrisci un pezzetto ogni giorno che passa").
Lei è più grande di Fano, ma Fano, di domenica, ha i bar aperti.
Alcuni miei amici pensano che prima o poi io da Reggio Emilia me ne andrò. E probabilmente hanno ragione loro (però poi dove andrò e tutto un altro paio di maniche).
Insomma, siamo messi così.

Comunque sia, ci sono delle cose di Reggio Emilia che mi hanno fatto sempre ridere.
Tre in particolare.

La prima: i reggiani usano ancora l'espressione "perbacco". La prima volta che l'ho sentita, lo confesso, pensavo che mi prendessero per il culo.
Ero al bar.

- "Posso prendere il giornale?"
- "Perbacco."

Cioè, per me "perbacco" è automaticamente primi del '900, bastone da passeggio e baffoni con le punte all'insù. Qui invece è una parola comune, praticamente la versione g-local di "assolutamente sì".

La seconda: i reggiani non dicono "mica". Dicono (e scrivono) "micca". E sono convinti che quella con due "C" sia la versione dell'italiano corretto.
Un volta che ho fatto notare che le cose non stavano esattamente così sono stato bellamente sfanculato.

Ma la terza, per quello che mi riguarda, è in assoluto la più bella, talmente bella che ancora oggi, quando voglio mettermi alla prova, tento anche io di utilizzarla (ma 9 volte su 10 l'imbarazzo mi impedisce di farlo: segno che 10 anni e più di vita vissuta a Reggio Emilia non fanno di me un Reggiano).
Facciamo un esempio. Sei a Reggio Emilia e sei al supermercato, al bancone dei salumi ad esempio.

– Vorrei un etto di questo.

(e la commessa te lo prepara)

- Altro?
- Sì, vorrei anche due etti di quello.

(e la commessa te lo prepara)

- Altro?
- Altro.

Cioè, per i reggiani la parola che indica "Grazie, sono a posto così" quando qualcuno ti chiede "altro?" è… "altro".
Un po' come l' "how do you do?" per gli inglesi. Si risponde "how do you do?"
Altro? Altro.

Metti mai che un giorno decidessi di scrivere un libro su questi anni passati a Reggio Emilia, credo che lo intitolerei proprio così.

sabato 14 novembre 2009

Io se fossi Bonelli.

Quest'oggetto che vedete qui sopra si chiama Kindle ed è il lettore di libri elettronici prodotto e commercializzato da Amazon, cioè la più grande libreria on-line del mondo. Acquistarlo e farselo spedire costa sui 250 dollari (forse qualcosina di più per noi europei).

Probabilmente lo avrete già visto e ne avrete già letto e sentito parlare visto che, negli ultimi mesi, non c'è stato quotidiano, rivista o telegiornale che non si sia dedicato a questo aggegio (alla sua seconda incarnazione di design) che promette di traghettare il libro (ma anche il quotidiano e la rivista) dalla forma cartacea a quella digitale.
Fare ciò è molto difficile e probabilmente non ci riuscirà Kindle ma, se non iniziano a provarci colossi come Amazon, difficilmente lo farà qualcun altro. Perché la forza di Kindle rispetto ad altri dispositivi (a cominciare dai palmari fino ai lettori dedicati) è proprio la libreria elettronica di Amazon che, di giorno in giorno, continua ad espandersi.
E come qualcuno magari avrà notato, dentro la libreria ci sono anche i libri a fumetti.
E questo ci porta all'argomento del presente post.

Ora uno dei limiti strutturali di Kindle (per il momento, credo) è che lo schermo è in bianco e nero, probabilmente per ottimizzare il contrasto dell'immagine (e quindi la lettura). O forse solo per tenere contenuti i costi.

Fatto sta che, se parliamo di fumetto, il bianco e nero esclude buona parte della produzione americana (a meno di non adattarla o di non ricorrere alle strisce) e fa entrare in campo con prepotenza quella giapponese che è già pronta per il bianco e nero e, soprattutto, può garantire una massa di titoli praticamente infinita (oltre a un pubblico molto interessato ad essa).

E questo mi ha portato a un pensiero laterale.

Al momento il punto di forza della Sergio Bonelli Editore è proprio la mole di pagine e di storie, sia quelle classiche sia quelle che vengono prodotte ogni mese.
Sono tantissime e sono tutte in bianco e nero.
Di più. Il modello Bonelliano, ogni anno che passa, entra sempre più in crisi (crisi da leggere soprattutto in funzione del non ricambio del parco lettori) e, miniserie a parte, non sembra aver messo in campo molte soluzioni al problema (un esempio per tutti: non mi sembra che sia stato mai fatto un progetto serio per sbarcare in libreria).
Le storie bonelliane, si sa, di là dell'Oceano, non hanno mai avuto troppa fortuna, probabilmente schiacciate dall'industria del comic book che, praticamente, permette a pochissimi altri generi narrativi di filtrare.

Però ora, con l'avvento del libro elettronico (di cui, chiaramente, siamo solo all'alba) siamo di fronte a un nuovo pubblico e, soprattutto, di fronte a un pubblico che, se ha acquistato un aggegio da 250 dollari, vorrà anche sfruttarlo. Cioè vorra roba da comprare e da leggere. E i fumetti, rispetto ai libri solo testuali, si leggono velocemente.

Per cui io, se fossi Sergio Bonelli, mi farei due conti su quanto costerebbe cominciare a tradurre in inglese blocchi di materiale narrativo e quanto costerebbe letterarlo tutto in elettronico. Dopo di che organizzerei un bell'incontro con i signori di Amazon per siglare un contratto attraverso il quale mettere in vendita blocchi consistenti del Bonelli Universe su Amazon. Facendo quindi concorrenza diretta ai giapponesi ai cui prodotti una consistente fetta dei lettori anglosassoni non è proprio interessata.
Farei due conti su una campagna promozionale fatta decentemente su un paio di media mirati e su due o tre operazioni di marketing spinto (su cui, visto che sul prodotto non è mai stato fatto niente, ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta), a quel punto, metterei in mano ai lettori di tutto il mondo di lingua inglese un patrimonio di storie e personaggi che copre praticamente ogni genere.

Cioè, come diceva tempo fa Cuore, quando il gioco si fa duro (= il mercato del fumetto in Italia, sempre più asfittico e ormai trainato solo collaterali dei quotidiani) consultate l'orario dei treni. E il treno che sta partendo (e che non è da perdere) è quello dell'editoria elettronica su scala globale.

mercoledì 11 novembre 2009

Donne amazzoni sulla luna.

Oggi, per strani percorsi mentali e "cibernetici", mi è tornato in mente questo film del 1987: Donne Amazzoni sulla Luna uno di quei film geniali nel loro accettare di non essere niente di più che film scioccherelli e che quindi, dopo tanti anni, si ricordano ancora con piacere.

La trama: va in onda un b-movie fantascientifico (quello che da il titolo al film, appunto) solo che, per un'infinità di problemi tecnici, il film viene interrotto e sostituito con… tutto.
In pratica è come se la nostra visione fosse in mano a qualcuno che non riesce proprio a stare con le dita ferme sul telecomando e che, quindi, zompetta allegramente da un programma all'altro.
Dentro Donne Amazzoni sulla luna c'era coinvolta gente del calibro di Joe Dante e John Landis (oltre a un mare di attori famosissimi negli anni '80).

Indimenticabili, per me, Henry Silva della Squadra Cazzate (che, molto prima di Roberto Giacobbo, mirava a dimostrare con prove certe e inoppugnabili che Jack lo squartatore era… il mostro di Lockness), il film nel film Il figlio dell'uomo invisibile e quel gioiellino di traduzione che era La ragazza Giocherello del mese (in originale Pethouse Plaything, interpretata dalla modella di Penthouse Monique Gabrielle).






ps: e dopo il film c'era anche questo piccolo gioiello. Reckless youth, la storia di Mary Bown (interpretata da Carrie Fisher), la giovane alle prese con una vergognosa "malattia sociale" che in breve le rovinerà la vita.

martedì 3 novembre 2009

Mi tocca dare ragione a Issimo.


È da poco uscito Gattini, il cd con cui Elio e le storie Tese celebrano i loro vent'anni come band musicale. Il sottotitolo di Gattini è "selezione orchestrale di classici nostri belli".
Le tracce del CD sono 17.

Se escludiamo quelle relative a nuove composizioni (2) e la cover di Rossini (1), le altre tracce (tutte reinterpretazioni in chiave orchestrale di brani già presenti in altri album della band) sono così distribuite: 3 tracce da "Elio samaga…", 5 tracce da "Italyan, rum casusu…", 1 traccia da "Eat the phikis", 1 traccia dalla colonna sonora di "Tutti gli uomini del deficiente", 1 traccia da "Craccracriccecr" e 3 tracce da "Cicciput".

In pratica, in una selezione orchestrale dei "classici loro belli" gli Elii hanno deciso di includere brani tratti da tutti i loro album tranne uno: "Studentessi".
Cioè come a voler dimostrare che aveva ragione a Issimo che, qui in studio, fin dal primo ascolto, ha sempre sostenuto che "Studentessi" era un album mediocre, in assoluto il peggior album di Elio e le storie tese.

Io al tempo lo difesi (l'album) ma, alla luce dei fatti, mi tocca dare ragione a Issimo…

Renan's bulletin of the week.

Renan è stato bravo a inviarmelo ieri, ma io sono pigro e lento e, quindi, lo posto qui solo oggi.

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Ciao a tutti,
anzitutto una segnalazione importante: a fine mese viene inaugurato il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso in Corso Galileo Galilei, 22 a Torino (www.museounito.it).
All'inaugurazione sarà presente anche il nipote novantaduenne di Lombroso, docente di neurologia ad Harvard. Qui è poi possibile visitare il Museo di Pomologia, con una delle collezioni più belle del mondo e soprattutto il Museo di Anatomia Umana "Luigi Rolando", fornitissimo di pezzi tra scienza e arte, volutamente lasciato scuro e labirintico: è come fare un salto nel tempo di 150 anni, davvero grande suggestione.
Torino si conferma la città più viva e sorprendente d'Italia (se andate, non mancate il MAO, un capolavoro).

Questa settimana ho segnato queste cose:

- 5 (gio) Gender Bender 09, presso Cassero, Via Don Minzoni 18, BO, h 23
1 minute performance competition
(Le performance sono 22, il programma della manifestazione, che dura una settimana e comincia sempre attorno alle 20,30, lo trovate sul sito).

- 6/8 (ven-dom) Artissima, Fiera Torino, Via Bertola, 34, h 12-20 € 13
(Non è la fiera d'arte contemporanea più grande d'Italia ma è la più bella, l'unica che ha una vera e sensata partecipazione internazionale con pezzi importanti. Le iniziative, anche collaterali, sono numerose, guardatele sul sito. Come si diceva prima, anche qui Torino è in prima fila).

- 7 (sab) Performance di: Muna Mussie + Orthographe + Barokthegreat
Museo Giovanni Boldini - Palazzo Massari - Corso Porta Mare, 5 Ferrara
tel. 0532.244949, h 19
(realtà artistiche italiane sempre più affermate).

– Renan

venerdì 30 ottobre 2009

Fumettisti non è gente.


"Fumettisti non è gente" amava dire Tiziano Sclavi. E chiunque abbia frequentato anche solo di striscio un fumettista (nell'accezione più ampia del termine) sa bene che nelle parole di Sclavi si nasconde una verità. Quale? Come sempre sta a ognuno di noi trovare la propria.

Fatto sta che per chi "non è gente" la vita non deve essere per niente facile.
Infatti, per usare parole non mie ma che citerò senza accreditare "Quello del fumettista, di suo, è un lavoro incerto. L’insicurezza permea l’esistenza del giovane autore e del pur famoso professionista. Pochi lo ammettono, ma è frequente l’incubo che tiene desto sia il nostro giovane autore – “ dove sarò pubblicato?"– oppure quello che nasce per il serio professionista dopo la nuova ristampa – "ed ora?" –. Allo stesso modo editori e redattori soffrono spesso di complessi di insicurezza, paranoia e ansia di prestazione, specie in questi tempi di crisi economica e di precariato cronico. In questa dimensione di incerta percorrenza ecco che appare sullo sfondo, all’orizzonte dei bisogni del disegnatore, un duo di supporto terapeutico a chi vive nel mondo delle nuvole".

E allora, se le cose stanno così, che fare?
Semplice: come tutti rivolgersi a un buon aiuto psichiatrico specialistico.
Come ad esempio quello del Dott. Bonfatti Massimo e del Dott. Cossi Paolo anche'essi fumettisti ma, soprattutto, inventori del celeberrimo Psychiatric Help for Cartoonist, un prestigioso gabinetto terapeutico nomade nato proprio per aiutare i poveri fumettisti in ambasce.

Ma come funziona questo "aiuto psichiatrico per fumettisti"?
Come spiegano gli stessi Bonfa & Cossi "dall’alto della nostra esperienza, attraverso un collaudato meccanismo fatto di finto ascolto e di elaborazione teorica sublimata in puro cazzeggio, dispensiamo consigli e ricette agli addetti ai lavori per curarli dalle turbe e dai complessi che, notoriamente, li affliggono. L’approccio ironico terapeutico ha dimostrato di essere uno strumento vincente per illudere i pazienti di poter guarire (o al limite di poter convivere con le proprie turbe) e soprattutto un ottimo pretesto per incontrare amici e colleghi".

Quest'anno il prestigioso gabinetto terapeutico dei Drott. Bonfa & Cossi verrà allestito all'interno di Lucca Comics & Games presso lo stand di Lavieri editore nel padiglione in piazza Napoleone. Le sedute si terranno dalle ore 18,00 alle ore 19,00 di sabato 31 ottobre. Dato il tempo estremamente limitato e la quantità di professionisti bisognosi di cure si consiglia di prenotare per tempo la visita presso lo stand. La tariffa è popolare nonchè simbolica.

Naturalmente non c'è bisogno di ricordare che si tratta solo di un gioco (ma nel gioco, come si sa, si nasconde sempre la verità. Quale? Uff, ancora… Ognuno deve trovare la propria!).

lunedì 19 ottobre 2009

Carriera criminale di Clelia C.


Segnalo volentieri che martedì, a Reggio Emilia, Luigi Bernardi e Grazia Lobaccaro presentano la loro nuova e (da me) attesissima opera a fumetti, Carriera Criminale di Clelia C.

Dalla prefazione al volume di Luigi Bernardi: "Carriera criminale di Clelia C. è una storia di camorra. Ho raccontato il sogno camorrista di una donna che si trova per caso dentro il teatro degli avvenimenti, perché figlia di un uomo che di crimine ha sempre vissuto, fino a morirne. Carriera criminale di Clelia C. è una storia di fantasia, anche se un ruolo importante giocano vicende storiche che hanno riguardato la criminalità napoletana: nel primo capitolo il terremoto, il rapimento Cirillo, la guerra fra la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e la Nuova Famiglia; nel secondo la lotta intestina fra i clan della Nuova Famiglia; nel terzo la guerra fra l’Alleanza di Secondigliano e i clan Misso, Mazzarella e Sarno. Sullo sfondo di vicende che hanno scosso la storia di Napoli, ma anche sul filo del progressivo imbarbarimento dei costumi nazionali, ho inseguito il sogno, la rabbia e la determinazione di una donna che apprende da subito le nuove direttrici criminali. Oltre le logiche guerriere dei clan, ho raccontato gli aspetti che raramente ottengono i titoli dei giornali, ovvero come la criminalità faccia presto a ripulire il denaro, investendolo in lucrosi affari immobiliari e nell’altrettanto remunerativo impiego borsistico.
Questo libro contiene i primi tre capitoli, riassunti nel titolo L’ascesa. Negli altrettanti e conclusivi capitoli del secondo volume, Il trionfo, si capirà meglio perché ho scritto questa storia, e come Carriera criminale di Clelia C. faccia parte di un progetto più ampio inteso a raccontare il passato recente ma anche il futuro prossimo di una nazione che non sa più identificare i propri nemici, perché ha scelto di chiudere di occhi e nutrirsi di consolazione."


Martedì 2o ottobre
ore 21
Paguro Caffè Letterario
Via Montezermone 3/A
Reggio Emilia

Imbarazzo perplesso.

Qualche giorno fa Checco Zalone canta questa canzoncina in prima serata su Canale 5:


Una boiata, spero concorderete.
Una roba imbarazzante dal punto di vista di quella che dovrebbe essere la comicità del pezzo, ma resa ancor più imbarazzante dal minuetto con la conduttrice accanto a Zalone.

Ma è così imbarazzante questo pezzo (lo ripeto: QUESTO pezzo, che altri di Zalone mi hanno fatto ridere parecchio) che, il giorno dopo, Pierluigi Battista su Il Corriere della Sera si sente in dovere di sperticarsi in lodi per l'arte di Zalone, mettendosi quindi sulla scia del dibattito su quanta libertà di parola esista oggi in Italia.

Ora non ci vuole un genio per capire che Canale 5 che, nel picco di audience della rete, fa cantare Zalone una canzone che prende in giro il mignotta-gate del Premier è lì per un ben preciso motivo: dimostrare che chi dice che in Italia è a rischio la libertà di parola dice delle cazzate.
E il pezzo di Battista del giorno dopo serve solo a ribadirlo: in Italia si può dire quello che si vuole e Mediaset è talmente libera che in prima serata può addirittura far mettere in imbarazzo il suo padrone da un ritrovato Giovenale.

Ma Zalone non è Giovenale e quella canzone è imbarazzante soltanto per la sua banalità di costruzione ("aridatece Stefano Nosei"). Peggio. Ascoltatelo il testo di quella canzone: non fa che confermare al grande pubblico, con un linguaggio che è in grado di capire, l'immagine che Berlusconi vuole dare di sè.
Altroché satira: quello di Zalone è un panegirico.

Ma allora, se è tutto così chiaro, perché caderci ogni volta? Perché prestargli attenzione e delegargli il compito di denuncia nei confronti della pochezza del Potere?
Sarà mica così difficile rimandare al mittente tutta questa spazzatura? Dirgli "Queste cagate non le vogliamo più. E non le vogliamo più proprio perché è roba vostra, è il vostro modo di raccontare il mondo e quello che stiamo dicendo è che la censura non è sulle cose che si possono dire come cercate di farla passare voi, ma sul modo in cui tutto viene annacquato nella minchionata fino a farlo scomparire, spento nel chiacchiericcio che siete bravissimi ad appiccicare sopra a qualsiasi cosa. Le vostre cazzate, dalla canzoncina di Zalone in su, fateci il piacere e tenetevele per voi."

Renan's bulletin of the week.


Nuovo aggiornamento del bollettino settimanale stilato e inviatomi dal curioso Renan.
Mio solo il compito di copiarlo e incollarlo. Vostro quello di appuntarvi gli eventi culturali che più vi interessano.

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Ieri notte a Bologna i Fuck Bottons si sono confermati i nuovi re del clubbing planetario. Ritmo, melodia e rumore in grande stile.

Bon, veniamo a noi, che questa settimana mi sa che sia l'ultima piena di robe segnate. Se avete tempo e voglia di cercarne voi, magare segnalatele. Dunque:


- 19 (lun) Rosebud, Reggio Emilia biglietto unico: Takeshi Kitano: h 20,30: Il silenzio sul mare + Lo fanno tutti? (Getting any?)

(Il primo film è semplicemente un film bello. Ma io segnalo il secondo, con inizio circa alle 22. Quando lo girò, Kitano viveva un periodo di depressione e successivamente ha definito il film il suo "suicidio artistico". Un film genialmente brutto, un delirio comico anche oggi senza paragoni. Se desiderate sprecare il vostro tempo, questo film non lo scorderete più).


- 20 (mar) Raum, Via Cà Selvatica, 4/D, Bologna, h 22: Juan Dominguez / Amalia Fernandez: Shichimi Togarashi

(danza e performance, si mettono in scena i meccanismi di costruzione dell'idea e di interazione tra gli artisti).


- 20 (mar) Lenz Teatro, via Pasubio, 3, Parma: h 21,30 Pathosformel, Concerto per harmonium e città, durata ‘30

(Loro sono il più grande gruppo di danza che abbia mai visto. Per la verità non li mai visti danzare. Riescono sempre a eludere la fisicità con evocazioni e oggetti sorprendenti. In una metafica del corpo rigorosa e davvero suggestiva. Anche qui, visto il titolo, credo si seguirà questa linea. La serata comincia dalle 21, con un video in loop di 10').


- 21 (mer) Lenz Teatro, via Pasubio, 3, Parma: h 21 + h 23: MatteIngvartsen, Evaporated Landscapes, durata ‘40

(Danza fatta di luce, suono, bolle e schiuma, per suggerire l'evaporazione, lo scioglimento, la trasformazione).


- 22 (gio) Casa della Musica, Piazzale San Francesco, 1 - Parma, h 20,30, John Cage: Sexteen dances: flauto, tromba, 4 percussioni, violino, violoncello, durata 55’.


- 24-25 (sab-dom) Libriamodena, prima rassegna di editoria modenese: Sassuolo, centro storico

(Quanti di voi, il lunedì mattina, prima di andare al lavoro, si saranno detti: in questo momento mi ci vorrebbe proprio un libro di una piccola casa editrice modenese. Bon, ora siete accontentati).

giovedì 15 ottobre 2009

E casomai non vi rivedessi…


Per me una buona storia non deve lasciarti non tutte le soluzioni in mano. Un finale, per essere bello, deve riuscire a risolvere e, nello stesso tempo, a restare sospeso. Che tu sia lettore o spettatore, devi chiudere quella storia volendone sapere di più, domandandoti che cosa sarebbe successo poi se fosse andata ancora avanti.
Pensavo esattamente questo riguardando The Truman Show.

Truman Burbank davanti al nero della porta aperta, saluta e se ne va.
E poi? Chissà che cosa gli è successo dopo.
Mi sono domandato un sacco di volte che cosa avrà pensato Truman mentre scendeva le scale, mentre percorreva i corridoi dietro la struttura di quella scenografia che, fino a qual momento, aveva racchiuso la sua vita. Ci sarà stato qualcuno lì dietro? E che cosa si saranno detti? Lo avranno fermato oppure lo avranno lasciato andare? Truman sarà riuscito ad uscire all'aria aperta? Una volta fuori, qualcuno si sarà preso cura di lui? Sarà stato capace di adattarsi a un mondo senza loop? Oppure, ormai abituato a vederli, si sarà accorto di altri loop che noi nemmeno più vediamo? Come sarà stata la sua prima notte nel mondo esterno? Quanto ci avrà messo a capire, accettare e metabolizzare tutto quello che gli era successo? E, alla fine, davanti a tutto ciò, avrà avuto la forza di andare avanti?

Trovo che sia giusto che il film non racconti tutto questo. Lo rende ancora più bello. E rende la malinconia di Christof, il creatore del Truman Show, ancora più profonda.

martedì 13 ottobre 2009

Risplendere nella grandezza dell'odio.

Semplicemente, mi ci sono imbattuto (riguardando Romance & Cigarettes di John Turturro).
Roba vecchia, ma non l'avevo mai vista/sentita prima.
Un uomo uccide una donna, la affoga. Una donna canta della sua morte.
Testi bellissimi, musica splendida, entrambi di Nick Cave.
Voce meravigliosa di Ute Lemper.



Under here, you just take my breath away
Under here, the water flows over my head
I can hear the little fishes

Under here whispering your most terrible name
Under here, they've given me starfish for eyes
And your head is a big red balloon

Under here, your huge hand is heavy on my chest
Ah, and under here, Sir, your lovely voice retreats
And yes, you take my breath away

Look at my hair, as it waves and waves
Sir, under here, I have such pretty hair
Silver, it is, and filled with silver bubbles

Ah, and under here, my blood will be a cloud
And under here my dreams are made of water
And, Sir, you just take my breath away

For under here, my pretty breasts are piled high
With stones and I cannot breathe
And tiny little fishes enter me

Under here, I am made ready
And under here, I am washed clean
And I glow with the greatness of my hate for you

lunedì 12 ottobre 2009

Renan's bullettin of the week.


Il mio amico Renan (il signore in poltrona nella foto qui sopra), mi manda ogni settimana via mail un bollettino in cui segnala gli eventi culturali secondo lui più interessanti che si svolgono nell'area tra Parma, Reggio Emilia, Modena a Bologna (e con qualche puntata anche fuori, come in questo caso Milano per l'inaugurazione della mostra di Edward Hopper).

Siccome gli costa fatica mettere in piedi un suo blog dedicato a me e agli altri che ricevono settimanalmente il suo bollettino, man mano che arriveranno i bollettini glieli pubblicherò io nel mio.
Tanto io quello che segnala Ren magari lo snobbo, ma lo condivido sempre e comunque, perché Ren (come Dave) è il mio eroe.

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Dopo l'incredibile Israel Galvan, con il suo flamenco contemporaneo nei sotterranei del castello di Vignola – una roba da brividi– vi segnalo altre cose che credo valga la pena vedere:


- Fino al 31/01/2010: Edward Hopper, Palazzo Reale

Piazza Duomo, 12, Milano, h 9,30 – 19,30, € 9

(la più grande mostra mai realizzata in Italia di Hopper, il pittore il cui lavoro ha anticipato ciò che Raymond Carver o John Fante faranno in letteratura. 160 opere).


- 12 (lun) Rosebud: Un maledetto imbroglio di Pietro Germi, h 21 (1959),

(tratto da Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Gadda, quindi è

obbligatorio vederlo).


- 14 (mer) Teatro Sotterraneo: Dies Irae

Teatro delle Passioni, Viale Carlo Sigonio, 382, h 21 – durata 1,15 - € 12

(Sono un gruppo di performer che fanno cose convincenti e con una cifra stilistica riconoscibile. Qui si rappresenta la morte insensata di una società insensata. Vista la quantità di sangue, i bambini vanno lasciati a casa).


- 14 (mer) Presentazione viaggi: Amazonas

sala congressi, viale peruzzi, 7

Carpi h 21 (imprescindibile).


- 14 (mer) Fuori Orario: cena e incontro con Furio Colombo

€ 12 (Ex direttore de L'Unità, editorialista del Fatto Quotidiano. Dedicato a chi pensa che Silvio dovesse vincere il Nobel per la Pace).


- 17 (sab) Fanny & Alexander, South, North, Teatro Comunale, MO, h 17, -

durata 2,40 - €12

(gruppo storico con un progetto di impatto sensoriale: grande buio o luce intensa, suoni, odori, deformazioni visive, per raccontare le vicissitudini dell'anima).


- 17 (sab) Orthographe: Controllo Remoto

Ponte Alto, Stradello Anesino 52/A, MO,

h 19, - durata 0,40 - € 12

(dedicato a chi ama il cinema come invenzione visiva, oltre gli stereotipi figurativi e narrativi dei film da sala cinematografica).


- 18 (dom) Fuck Buttons

h 22 € 10, Locomotive, Via Serlio 25, BO

per arrivarci: via Stalingrado poi a dx prima del cavalcavia

(lo scorso anno sono stati riconosciuti da alcune riviste internazionali come il gruppo che ha creato il disco più bello dell'anno. E forse è vero. Sono all'incrocio tra il noise intelligente e i Beatles. Ottima produzione per un gruppo che spacca davvero e che forse farà scuola).


Arivedres,

Renan.

venerdì 9 ottobre 2009

Indovina la topa.



Con questo post inauguro l'etichetta webberie (dedicata alle mie segnalazioni di siti/blog) e, per l'inaugurazione, vi racconto che ultimamente sono diventato tossico di questo blog dal meccanismo talmente semplice quanto, appunto, in grado di provocarmi vera e propria dipendenza: guess her muff, ossia, tradotto, "indovina come c'ha la topa".

Come funziona il blog?
Ti fanno vedere la foto di una donna (come ad esempio quella della sposa che apre questo post).
Tu la guardi e poi ti devi domandare: "ma come ce l'avrà la topa?".
Le varianti tra cui scegliere sono nature, rasata del tutto, rasata solo un pochino, alla brasiliana e poche altre.
A quel punto clicchi su "Guarda la risposta" e, quando il sito ti mostra la foto senza veli della signorina (o signora) di cui sopra, scopri se hai indovinato.
Semplice e diretto.

Ora, va detto che il meccanismo ludico è ampliamente migliorabile (se indovini o meno, non cambia assolutamente niente), che il sistema di rating è abbastanza inutile (oltre al fatto che non mi trovo per niente d'accordo con chi ha scelto le attuali occupanti del top della classifica), che le foto bonus aggiungono poco all'esperienza interattiva (a parte provare, in quei casi in cui nello scatto non sia visibile il volto del soggetto, l'inequivocabile appartenza della topa in questione al soggetto considerato) e che i commenti cafoneschi degli utenti fanno sembrare un comizio di Bossi una sessione straordinaria dell'assegnazione del Nobel per la poesia.
Cionostante, il sistema quasi lombrosiano con cui a ogni viso femminile più o meno inconsciamente noi maschietti assegniamo la topa corrispondente è quello che permette al blog di funzionare, oltre naturalmente al desiderio vouyeristico (anche qui, più o meno palese) di individuare in quel elenco di donne con la topa all'aria qualcuna che noi conosciamo.

Il pensiero successivo è che, a vedere questo elenco, non puoi non pensare che davvero aveva ragione Califano quando diceva che il successo della Polaroid stava tutto nelle coppie che si volevano fotografare nei momenti di initimità (e questo senza nulla togliere agli storici della fotografia che sostengono che quella erotica è stata il vero motore della diffusione globale della fotografia).

Ma, pur immaginando che parte delle foto pubblicate sul blog siano frutto della vendetta di qualche partner deluso, il pensiero più potente guardando queste immagini è quello di un mondo che vive il sesso allegramente, che considera il corpo una cosa tanto bella da volerselo fotografare a vicenda*, uomini e donne sparsi per il mondo che giocano per il piacere di farlo insieme e che, anche se adesso magari si fanno delle vigliaccate come pubblicare le foto private dell'altro (ma sono convinto che sul blog questi siano una minoranza), un tempo sono state felici e che quindi, in fondo, si sono desiderate.

Nota *: a vicenda fino a un certo punto. A dimostrazione che il mondo femminile è molto più vasto e interessante di quello maschile anche quando, come in questo caso, si parla solo di genitali, il corrispondente maschile di questo blog, inaugurato ad aprile, ad oggi non ha avuto nemmeno un post. Quando si dice "non avere un cazzo da dire"

PS. se vi state domandando come ce l'ha la signorina (anzi, signora, visto che nella foto stava firmando) della foto che apre il post, ecco svelato l'arcano:

(voi lo sapevate che nel servizio fotografico per il matrimonio si potesse chiedere al fotografo di fare anche delle foto così?)

mercoledì 7 ottobre 2009

Lo nostalgia non è più quella di una volta.

Ho sempre trovato tragiche trasmissioni come "Anima mia" e non sono mai riuscito a comprendere chi continua a versare una lacrimuccia ricordando Goldrake e Starsky & Hutch.
Se a questo aggiungete che mi sembrava strano che negli anni '50 avessero il mito degli anni '30 (e infatti non se lo sognavano nemmeno) e che tutta questa invasività della nostalgia per un mondo passato (meglio, nostalgia della rappresentazione di un mondo passato da parte dei media) mi è sempre puzzata di infantile narcisismo punzecchiato dal mercato che ci fa leva per rivendere le stesse cose, potrete ben capire come mi stia prendendo la lettura del libro "L'invenzione della nostalgia" di Emiliano Morreale (Donzelli Editore).

La tesi di Morreale è semplice: la nostalgia che impregna la nostra epoca viene dai media, esiste grazie ai media e per i media. Sono i mass media infatti i creatori, ancor prima che i propagatori su vasta scala, di questa emozione collettiva vissuta da noi tutti che siamo ormai soprattutto consumatori di merci e spettatori.
Come si può immaginare, una cosa del genere annichilisce l'idea di un passato storico e consegna al più forte, a quello con maggior capacità mitopoietica, la sedimentazione di ciò che siamo stati. E, in tutto ciò, se la nostalgia è "il desiderio doloroso di ritornare", meriterebbe una riflessione il fatto che il mercato ci fa desiderare di ritornare in un luogo che lui stesso, avendolo creato, controlla.

Dentro il libro di Morreale si legge questa descrizione in punti di quella che Fred Davis nel suo libro Yearning for yesterday definisce "l'età del narcisismo":

1. mentre in precedenza il paesaggio della nostalgia collettiva era abitato per lo più da persone, luoghi ed eventi di carattere civile e politico, oggi esso è abitato sempre più e forse sempre più esclusivamente da creazioni, personalità e citazioni dei media (…)

2. poiché dalla nostalgia si possono ricavare dei soldi, i media sono giunti a divorare le loro creazioni passate a un livello sempre crescente. Una conseguenza è che il lasso di tempo tra l' "apparizione originale", diciamo, e il suo riciclaggio nostalgico si è ristretto a una frazione di quel che era in passato.

3. perfino quel che passa per essere privato e intimo nelle nostre memorie nostalgiche (tramonti, compleanni, riunioni di famiglia, amici e amori) a causa della pervasività dei mass media nelle nostre vite ha acquisito una qualità più comune, familiare e trasmissibile. Ciò è servito anche a sfumare e probabilmente a confondere quella che un tempo era una divisione interiore abbastanza ben tracciata tra pubblico e privato.

Leggere queste parole fa pensare a quanto fosse profetico il discorso che l'agente Deckard fa all'androide Rachel parlandole dei suoi ricordi made in Tyrrel Corporation.

martedì 6 ottobre 2009

SpazioTempo, by night.

SpazioTempo in versione serale (foto sempre di Fabrizio Orsi).

Dal che si evince chiaramente che tutta l'installazione è fatta per essere visitata dopo il tramonto.


SpazioTempo, by day.

SpazioTempo in versione diurna (foto di Fabrizio Orsi).

Nell'ultima foto, sullo sfondo, si può notare quella che è stata da me nerdisticamente ribattezzata "la poltrona di Concrete".